“Non hai le pa…e”, per la Cassazione dirlo è reato: ‹‹Ha una valenza ingiuriosa››

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La causa in questione vede come protagonisti di un dramma dell’assurdo due cugini: uno è stato reputato colpevole di aver offeso l’altro, un avvocato. Quest’ ultimo non si è arreso all’iniziale accantonamento del giudice di merito del tribunale di Taranto, luogo del misfatto, che aveva considerato l’accaduto come una banale “contesa familiare”, e ha presentato ricorso niente meno che alla Cassazione. L’onta andava lavata, se non col sangue con una bella sentenza della Corte che, studiato il caso, ha sentenziato:

“L’espressione ha una evidente e obiettiva valenza ingiuriosa, atteso che con essa si vuole insinuare non solo e non tanto la mancanza di virilità del destinatario, ma la sua debolezza di carattere, la mancanza di determinazione, di competenza e di coerenza, virtù che, a torto o a ragione, continuano ad essere individuate come connotative del genere maschile”.

La Cassazione, dunque, ha accolto il ricorso e ha annullato la pronuncia del giudice di Potenza. L’offesa è stata resa ancor più grave, secondo la Corte, perché pronunciata in un luogo lavorativo, “a voce alta”, quindi “udibile da terzi”. No, questo non è possibile perché c’è il rischio di “lesione della reputazione” della parte offesa.

Non è la prima volta che la Cassazione si lancia in sentenze quantomeno originali: nel 2004 ha stabilito che la frase “tu non sei nessuno” poteva configurarsi come ingiuria perché “significa sei una nullità”, e quindi costare, ai sensi del codice, una multa fino a 516 euro. Anche la frase “lei non capisce un ca…” configura il reato di ingiuria, specie se detta dal datore di lavoro o dal capo ufficio a un dipendente. Strano ma vero, tant’è che in questo caso si parla della sentenza numero 31388 della Corte. Ancora: la frase “che c…o vuoi” è stata giudicata dalla Cassazione “sinonimo di disprezzo dell’uomo e della sua dignità”.

31 luglio 2012

Angelo Fischetti

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