Pussy Riot, la sentenza: colpevoli di teppismo e odio religioso

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Fino a qualche mese fa, probabilmente, le Pussy Riots erano solo un fenomeno musicale e politico circoscritto ai confini russi e agli appassionati della musica punk. Oggi, più che mai, con il loro “balaclava” colorato, passamontagna militare riconvertito alla protesta,  sono assurte a simbolo dissidente del regime putiniano.

La tanto attesa sentenza era prevista per oggi e la voce femminile di un giudice ha confermato le accuse di teppismo e incitamento all’odio religioso parlando chiaramente di grave violazione dell’ordine pubblico, disturbo della quiete e grave offesa ai fedeli ortodossi presenti, ma non giudicando dirimente la questione politica che non sarebbe stata alla base dell’atto giudicato blasfemo.

Fuori dal tribunale l’atmosfera nel frattempo si è fatta rovente a causa del dissenso provocato dalla sentenza. Il bilancio degli arrestati tra coloro che chiedevano a gran voce la scarcerazione delle giovani vanta già un numero considerevole: tra i nomi noti il campione di scacchi Garry Kasparov e l’attivista, leader del Fronte di sinistra, Serghei Udaltsov, molte anche le personalità straniere, Paul MacCartney e Madonna su tutte, che si sono espressi pubblicamente in favore della liberazione.

Dal canto loro le donne vantano uno sguardo fiero e lucido che trapassa il vetro dietro al quale hanno voluto assistere alla loro sentenza. Si dicono ugualmente soddisfatte: per loro si tratta comunque di una vittoria perché dal loro punto di vista sono riuscite nell’obbiettivo di squarciare il velo sull’ipocrisia della politica e a comunicare il coraggio del dissenso.

Bruna Giorgio

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